Beviamo meno, ma meglio!

July 23, 2017

Sono i millenials che insegnano: bere meno ma meglio!

 

Dall’ultimo studio Censis (http://www.censis.it/home) sono gli under 30 i nuovi protagonisti del palcoscenico enogastronomico italiano.

Nel nostro Paese più del 50% della popolazione adulta fa regolarmente uso di vino, dato rimasto sostanzialmente invariato dal 1983. Quello che invece è cambiato è il numero dei grandi consumatori: nel 2016 solo il 2,3% dei consumatori ha dichiarato di bere oltre mezzo litro al giorno, a fronte del 7,4% rilevato nei primi anni ’80.

 

Questo dato si traduce sicuramente in una maggiore consapevolezza di chi beve vino: un pubblico sempre più attento alla qualità e non alla quantità.

Tanto che la qualità diventa il criterio prevalente di scelta, superando anche il prezzo: infatti dopo un calo di oltre il 20%, che in questo momento di crisi economica mondiale ha investito in generale tutti i generi alimentari, tra il 2013 e il 2015 si è misurata un’inversione in positivo, con un aumento del 9%.

 

È interessante però capire quali sono i criteri qualitativi che portano alla scelta di un vino piuttosto che un altro: innanzitutto vediamo come per il 91% degli intervistati il primo requisito fondamentale è che il vino sia italiano.

 

In seconda posizione tra i criteri di scelta vi è la presenza della denominazione di origine: Dop, Igp, Docg, Doc; nonostante l’intrinseca confusione del sistema legislativo in merito alla certificazione d’origine, sembra che per il consumatore finale sia indispensabile la dicitura in etichetta per orientare la propria scelta.

Questo a testimonianza che il vino non è più concepito solo come un genere alimentare ma è sempre più connotato da una valenza simbolica: espressione di una cultura radicata nel territorio e nelle tradizioni locali.

Infine altro criterio di scelta ancora determinante è il brand. Oltre il 70% degli intervistati sceglie seguendo una o più specifiche aziende vitivinicole che hanno un’ottima reputazione nell’immaginario comune e che affermano la loro brand awareness sia sul territorio nazionale che all’estero.

I dati sull’export infatti ci indicano come il settore vitivinicolo sia ancora in grado di fronteggiare la crisi economica globale, uscendone in ottima saluta.

 

Al contempo un radicato paradosso continua ad offuscare il trend positivo della nostra economia enologica: laddove il made in Italy continua a conquistare il consumatore mondiale, la qualità dei vini italiani all’estero è percepita lievemente inferiore a quella dei vini francesi.

 Sono i numeri a parlare: il valore medio per ettolitro di vino italiano esportato è di circa 273€, in confronto ai 583€ di quello francese

(fonte i numeri del vino http://www.inumeridelvino.it/2017/07/il-valore-della-produzione-di-vino-nel-mondo-stima-indv-2016.html#more-20390).

Si capisce così come la scia positiva della crescita di questo settore deve essere sfruttata non adeguandosi alla logica del low cost ma implementando il modello imprenditoriale con una comunicazione mirata e adeguata ad un mondo globalizzato ed interconnesso, come quello attuale.

Cosa non così immediata per i nostri viticoltori.

 

Chissà che l’arrivo delle nuove generazioni non solo di consumatori, ma anche di produttori vitivinicoli, non porti una ventata di rinnovato ottimismo che si rispecchi anche nei mercati internazionali.

 

 

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