Oregon, un angolo di Borgogna nella West Coast

September 20, 2018

L’Oregon è diventato ormai da diversi anni sinonimo di pinot nero di ottima qualità.

Ci troviamo sulla costa nordoccidentale degli Stati Uniti, a poca distanza dal quarantacinquesimo parallelo, in una regione dal clima molto particolare caratterizzato da una temperatura media annua che si aggira intorno ai 16°C, ma soprattutto da grandi escursioni termiche dovute ad assolate giornate e freddi notti. A tutto ciò dà il suo significativo contributo l’influenza mitigatrice dell’oceano che permette a questa varietà di raggiungere la perfetta maturazione e di concentrare le sostanze fenoliche, pur mantenendo sempre una vibrante acidità.

 

Potenzialità che furono colte dalla famiglia Drouhin - già simbolo dell’enologia francese da cinque generazioni - che da Beaune in Borgogna, si insediò circa trent’anni fa in Oregon per piantarvi le prime vigne di pinot nero.

Questo progetto pionieristico ha contribuito a cambiare l’immagine e l’economia di un’intera regione: da allora molti investimenti hanno permesso lo sviluppo della viticoltura di qualità, in quella Willamette Valley che, pur essendo solo una piccola AVA (denominazione di origine), sta riscontrando un sempre maggiore interesse tra gli enofili.

Di fatto, dove la California fa la parte del leone nella produzione, l’Oregon genera solo l’1% della produzione enologica statunitense. Nonostante i numeri e le dimensioni aziendali siano quindi molto contenuti, ben il 20% dei vini più premiati da Wine Spectator proviene da questa regione.

 

Dove domina ancora per quantità e qualità il pinot nero questa rivoluzione enologica, che strizza l’occhio allo stile francese, non poteva non coinvolgere anche il grande vitigno a bacca bianca borgognone: lo chardonnay.

 

Spesso criticato, lo chardonnay rimane ancora uno dei vini bianchi più scelti dai consumatori, grazie sicuramente alla sua grande disponibilità sul mercato e a una qualità solitamente apprezzabile. Ma al di là del semplicemente buono, le migliori interpretazioni dello chardonnay sono difficilmente eguagliabili.

 

Grasso e burroso in perfetto stile yankee o elegante e minerale come la migliore interpretazione francese vuole, lo chardonnay dell’Oregon è in grado di coniugare entrambe queste tradizioni.

Aziende pioniere come Adelsheim, Eyrie e Ponzi stanno puntando a realizzare vini distintivi con una forte impronta territoriale.

Jason Lett, enologo di Eyrie, preferisce realizzare vini da vecchie vigne, da cloni Draper e Wente che furono introdotti dall’università della California nella metà degli anni ‘60. Questi vini, creati con una maniacale attenzione nella preservazione dell’ecosistema della cantina - grazie all’utilizzo di lieviti indigeni, un naturale controllo delle temperature e malolattiche spontanee - risultano essere più snelli, sottili e apprezzabili specialmente con qualche anno sulle spalle.

 

Luisa Ponzi invece sta sperimentando l’utilizzo di nuovi cloni e di lieviti indigeni. Adelshein, a sua volta, è leader nell’introduzione dei cloni Dijon dalla Francia, che integra alle tradizionali tecniche di produzione della Borgogna come la fermentazione in botte e le macerazioni sulle fecce.

Come in ogni zona vitivinicola del mondo, anche in Oregon quando si armonizza il solido triumvirato di contesto pedoclimatico, vigne vecchie e ben esposte e abilità dell’enologo, emergono vini brillanti. E se il prezzo è ben al di sotto degli iconici chardonnay e pinot nero di Borgogna, la sensazione è di trovarsi davvero all’alba di un approccio interessante.

Questa rivoluzione del gusto verso uno stile più tipicamente europeo non poteva non coinvolgere anche la gastronomia. Se vi state chiedendo con cosa abbinare questi grandi vini, la risposta è d’obbligo: con i prelibati tartufi dell’Oregon.

 

Anche se il più famoso è prodotto in Europa, l’Oregon si sta facendo un nome con questa prelibatezza culinaria: il tartufo, la sua cultura e conoscenza, è un’infatuazione sempre più evidente negli Stati Uniti.

Questo fungo ipogeo, indipendentemente dal suo valore intrinseco, riesce a suscitare interesse, curiosità ed emozione come solo il tartufo sa fare: sicuramente parte di questa reputazione è dovuta ai prezzi esorbitanti che riesce a spuntare sui mercati, ma non solo. Si pensi al fenomeno della sua fruttificazione sotterranea, ancora avvolta nel mistero, alla ricerca e alla raccolta con i cani addestrati, alle sue tradizioni e alla sua storia, ai vari aspetti del mercato con mostre, fiere e manifestazioni che richiamano migliaia di visitatori e di appassionati.

 

Anche gli americani sono stati stregati dal tartufo e dal suo mondo. Alla grande attenzione mediatica, sono seguiti importanti investimenti per sviluppare la tartuficoltura; interessante ad esempio l’aspetto della coltivazione in terreni con ph acido, come quelli dell’Oregon, che sono resi idonei alla produzione con l’aggiunta di strati di roccia calcarea macinata e trasportata da lontani siti. Sarà da vedere se i costi rilevanti che questa pratica comporta riescano ad essere ammortizzati dai magri introiti di questa attività.

 

Per il momento si stanno realizzando grandi eventi e appuntamenti per sviluppare questo settore: tra tutti l’Oregon Truffle Festival che accoglie partecipanti venuti da numerosi luoghi del continente nordamericano, ma anche dall’Europa (Finlandia, Francia, Italia e Spagna) e dall’Africa del Sud. 

Anche se ancora lontani dalla delicatezza e dalla complessità organolettica dei migliori tartufi del Piemonte o del Périgord, i tartufi dell’Oregon, magari anche perché molto meno costosi di quelli europei, stanno riscontrando un grande successo non solo nel mercato americano.

 

La grande aromaticità di questi funghi e il loro profilo gustativo, che gioca sulla predominanza dell’umami, tendono a evolversi, proprio come il vino. Si crea perciò un abbinamento perfetto accostando magari un morbido pinot nero dai profumi speziati, di terra bagnata e humus, al più pungente tartufo bianco dagli aromi muschiati e di aglio; mentre al tartufo nero, più delicato, che a piena maturazione sviluppa aromi di banana e ananas, il richiamo allo chardonnay è d’obbligo.

 

Prezzi a parte, una volta che la fase pionieristica si sarà esaurita e, oltre alla tecnica, inizierà a emergere in maniera più convincente il terroir, siamo sicuri che l’Oregon entrerà nel gotha dell’enogastronomia mondiale.

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