Vitigni resistenti e protezione dell'ambiente

March 29, 2019

Il 22 Marzo a Faenza è stato presentato il vigneto piantato con uve resistenti alle malattie della vite (oidio e peronospora). Il vigneto sperimentale si trova a Tebano, in Emilia Romagna ed è gestito da Crpv, il Centro ricerche produzioni vegetali di Forlì e finanziato da quattro grandi copperative del vino Made in Italy: Cantine Riunite & Civ, Cevico, Caviro e Cantina Sociale di San Martino in Rio.

Il percorso di ricerca dei vitigni resistenti partì già nel 1998. Ha richiesto oltre 15 anni di lavoro, centinaia di incroci, 24 mila piante valutate presso l’Azienda agraria universitaria “Antonio Servadei” di Udine e oltre 500 micro-vinificazioni ripetute negli anni presso l’Unione Italiana Vini di Verona e i Vivai Cooperativi di Rauscedo.

 

Giovanni Nigro, responsabile della filiera vitivinicola del Crpv, racconta sul vigneto sperimentale:

«I vitigni in questione non sono solo iscritti al Registro nazionale, ma sono già in uso in tre regioni italiane. Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige infatti ne avevano già autorizzato la coltivazione anche senza i tre anni della sperimentazione preventiva».

 

Diciamo subito che ogni vitigno resistente è il prodotto di incroci tra vitigni tradizionali di vite europea con altri vitigni più rustici di vite americana: sono figli meticci di nobili padri. Ciò non toglie che potrebbero dare risultati di rilievo producendo vini egualmente fini.

 

Sembra infatti che degustandoli alla cieca sia difficile riconoscerne le differenze. Sauvignon Kretos, Sauvignon Nepis e Sauvignon Rytos i sauvignon 2.0; Cabernet Eidos, Cabernet Volos, Merlot Khorus e Merlot Kanthus i nuovi superborgognoni.

 

Di certo sappiamo che la diffusione di questi innesti potrebbe dare una risposta al problema dei danni che i pesticidi provocano sui terreni vitati oltre che ad un risparmio considerevole per i viticoltori.  Qualche dato rende la dimensione del problema.

 

Della superficie agricola totale europea il 3,3% è vitata, e nei vigneti d’Europa vengono utilizzate 62 mila tonnellate di fungicidi, ovvero il 65% di tutti quelli usati in agricoltura nel vecchio continente. La cosa si fa ancor più  grave se pensiamo che le vigne non vengono espiantate se non dopo molti anni e i suoli non possono nè rigenerarsi, nè riposare, nè smaltire i prodotti inquinanti accumulati anno dopo anno sullo stesso suolo.

Una sperimentazione importante che potrebbe portare un dibattito, speriamo fertile, tra i puristi del vino e i protettori dell’ambiente.

 

 

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